L'Amarone di Paolo

La barba potrebbe tradire e dare l’impressione di un burbero ma nella realtà dei fatti Paolo Cottini è gioviale, diventa rigoroso solamente quando si parla di vino e l’Amarone non è un oggetto del contendere, bensì l’espressione di un territorio e di una storia, sebbene la storia sia recente, che fa il paio con quella del Recioto della Valpolicella del quale è il parente “secco”, come mi fu spiegato da un sommelier con il dono della sintesi durante una degustazione il secolo scorso.
Le premesse ci sono tutte iniziando dai vigneti che si attestano tra i 250 e i 580 metri di altitudine in quel di Negrar, cuore della Valpolicella storica, la componente altimetrica non va assolutamente trascurata perché in grado di influenzare le caratteristiche delle uve: Corvina, Corvinone e Rondinella, che poi finiranno in appassimento.
Le caratteristiche altimetriche e pedoclimatiche le ritroveremo tutte in un Amarone che rimane fedele ad un’impronta classica, con qualche concessione ad una controllatissima modernità come l’utilizzo dei piccoli fusti di rovere francese, utilizzo fatto con molta avvedutezza per non snaturare quel corredo varietale tipico che nell’Amarone di Paolo Cottini è un’autentica gioia per naso e palato.
L’annata è recente, il 2015, e la degustazione è stata preparata con molto scrupolo in primis portando l’oggetto del degustare ad una temperatura di 20,5° centigradi, condizione essenziale per degustare un vino come l’Amarone della Valpolicella e, per il sottoscritto, regola inviolabile quando si parla di vini rossi.
Il colore è un rosso impenetrabile ma molto vivo quando si osserva l’unghia nel calice ampio, sui bordi del quale la glicerina scorre lenta con archetti strettissimi a rimarcare il titolo alcolometrico di quindici gradi e mezzo.
Il naso rapisce, e qui vale la regola che vuole ogni vino alla giusta temperatura, è complesso di frutta matura, di confettura, piccoli frutti rossi in confettura e marasca su tutti, di una varietà infinita di spezie, il tabacco dolce e dopo la permanenza nel calice spunta anche una fugace nota balsamica che sorprende.
Il gusto rispecchia bene il naso e la struttura denuncia la sua imponenza che però non fa sacrificare nulla all’eleganza, l’alcool è ottimamente integrato, il tannino levigatissimo e nella grande struttura riesce a trovare punti di equilibrio insospettabili.
Sugli abbinamenti sarebbe opportuno scrivere un articolo a parte ma proverò ad avventurarmi in una sintesi comprensibile, inorridisco quando mi si viene a dire che con uno spiedo di uccelli si pasteggia ad Amarone e sorrido compiaciuto quando qualcuno mi parla di abbinamenti con stracotti e brasati, sono felice quando l’abbinamento è con un formaggio a pasta pressata vecchio, magari di grande sapidità, e gongolo quando mi si dice che l’Amarone va degustato da solo, in rigorosa meditazione per capirne le mille sfumature olfattive e gustative, ma principalmente per farsi raccontare la storia di un territorio splendido.

Giovanni Veronese

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